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SUMMARY:Massimo Ghini - Noi Giuda
DESCRIPTION:Giuda è il prototipo dell’essere abbietto e ambiguo. Ed è ambigua tutta la vicenda che lo lega indissolubilmente a Gesù. Giuda è l’umano con le sue infinite contraddizioni. Gesù è il divino con la sua perfezione. Ma narrativamente il tradimento è indispensabile alla morte di Gesù e alla diffusione della parola di Dio. Giuda è quindi anche l’esecutore del disegno divino. Ma si può eseguire la volontà divina e al contempo essere colpevole? Possiamo davvero considerare Giuda come siamo abituati a fare da secoli? \nOggi Giuda\, stanco della reputazione di cui soffre da due millenni\, ritorna tra noi per dire la sua. La dice con il linguaggio e gli strumenti dei nostri giorni\, in una impossibile e fantasiosa “conferenza”. Finalmente ci dirà cosa pensa dei famosi trenta denari\, della sua iniziale speranza in un Messia liberatore e ci parlerà di un suo Vangelo. Giuda sa essere ironico\, a volte tenero. La tradizionale malvagità attribuitagli non fa per lui. Gli è più congeniale l’indagine da investigatore e la ricerca delle contraddizioni narrative e di un movente credibile per difendere la propria reputazione. \nL’ironica assurdità della situazione\, si fonda sempre sui fatti\, su una visione rispettosa della fede e su una documentazione accuratamente controllata. Giuda non accetta di essere il simbolo di coloro che hanno crocifisso Gesù\, desidera una riabilitazione. In fondo dovremmo tutti provare simpatia per questo personaggio\, disprezzato anche per essersi tolto la vita ed essere morto praticamente insieme a Gesù.
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SUMMARY:Lodo Guenzi
DESCRIPTION:Nel centenario della nascita di Dario Fo\, Giorgio Gallione si confronta per la prima volta con il Premio Nobel per la letteratura. \nNel 1921 un emigrante italiano “volò” fuori dalla finestra del palazzo della polizia di New York: è questo l’ episodio che Dario Fo prende a pretesto per Morte accidentale di un anarchico\, una farsa tragica\, divertentissima e inquietante che dopo più di cinquant’anni è ancora oggi rappresentata con grande successo in tutto il mondo. La “morte accidentale“\, così ironicamente definita da Fo\, è in realtà quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli\, precipitato il 15 dicembre 1969 dal quarto piano della Questura di Milano durante uno degli interrogatori relativi alla strage di Piazza Fontana. Un “malore attivo”\, così lo definì l’inchiesta. \nL’edizione di quegli anni\, curata e interpretata da Fo\, divenne presto mitica\, epocale\, con sold out infiniti per più di duecento serate\, vibranti di entusiasmo e partecipazione sociale e civile. Il tutto tra tentativi di censura\, provocazioni e pericoli reali\, con ripetute\, cicliche telefonate anonime che avvertivano della presenza di bombe in sala. Questo perché la morte di Pinelli fu più che sospetta\, tanto che il testo di Fo\, attraverso il paradosso comico della scrittura\, è in realtà basato su documenti autentici\, verbali di processi e inchieste giornalistiche documentatissime che denunciano le cause e le radici politiche di quella diffusa e perturbante “strage di stato” che insanguinò quegli anni e di cui questo episodio è tragico emblema. \nMa la genialità di Fo\, evidente ancora oggi\, è quella di ambientare questo avvenimento in un contesto ridicolmente grottesco\, con protagonista e motore dell’azione un Matto\, un moderno giullare affetto guarda caso da “istriomania” (cioè il bisogno irrefrenabile di spacciarsi per altre persone) e che usa perciò il gioco comico\, il travestimento\, la maschera\, lo sberleffo satirico come arma per smascherare le bugie arroganti e le grossolane contraddizioni di un potere goffo e sfacciato (commissari\, agenti e questori) che nega la verità e l’evidenza della propria degradazione. \n«Nei tempi bui dobbiamo cantare i tempi bui» ha scritto Brecht. Allo stesso modo Fo sceglie coraggiosamente la scomoda posizione del ribelle non allineato\, affrontando tra l’altro più di duecento denunce e processi\, per raccontare in palcoscenico una verità che nessuno voleva davvero ricercare né tantomeno scoprire. Sempre con Brecht\, Dario preferisce «mettersi dalla parte del torto\, perché tutti gli altri posti erano occupati». \nIl nostro Matto sarà Lodo Guenzi\, attore dai poliedrici talenti che guiderà una sarabanda comica\, grottesca e satirica un po’ commedia degli equivoci\, un po’ slapstick comedy\, un po’ grottesco teatro di denuncia\, cosciente della grande eredità dell’autore premio Nobel e contemporaneamente moderno performer che fa propria quella tradizione per rinnovarla e rimodellarla sulla propria sensibilità artistica e moderna coscienza critica.
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SUMMARY:Umberto Galimberti - Lo spaesamento e l'etica del viandante
DESCRIPTION:L’Occidente ha due radici: il mondo greco e la tradizione giudaico-cristiana. Per quanto dischiudano orizzonti completamente diversi\, entrambi descrivono un mondo dotato di ordine e stabilità. \nMa noi viviamo nell’età della tecnica. È finito l’incanto del mondo tipico degli antichi. È finito anche il disincanto dei moderni\, che ancora agivano secondo un orizzonte di senso e un fine. La tecnica non tende a uno scopo\, non apre scenari di salvezza\, non svela la verità: la tecnica funziona. L’etica\, come forma dell’agire in vista di fini\, celebra la sua impotenza. Il mondo è ora regolato dal fare come pura produzione di risultati. \nL’unica etica possibile\, scrive Umberto Galimberti\, è quella del viandante. A differenza del viaggiatore\, il viandante non ha meta. Il suo percorso nomade\, tutt’altro che un’anarchica erranza\, si fa carico dell’assenza di uno scopo. Il viandante spinge avanti i suoi passi\, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa\, la casa\, la patria\, l’amore\, la verità\, la salvezza. Cammina per non perdere le figure del paesaggio. E così scopre il vuoto della legge e il sonno della politica\, ancora incuranti dell’unica condizione comune all’umanità: come l’Ulisse dantesco\, tutti gli uomini sono uomini di frontiera.\nOggi l’uomo sa di non essere al centro. \nL’etica del viandante si oppone all’etica antropologica del dominio della Terra. Denuncia il nostro modello di civiltà e mette in evidenza che la sua diffusione in tutto il pianeta equivale alla fine della biosfera. L’umanesimo del dominio è un umanesimo senza futuro. Il viandante percorre invece la terra senza possederla\, perché sa che la vita appartiene alla natura. Così ci guida Galimberti: “L’etica del viandante avvia a questi pensieri. Sono pensieri ancora tutti da pensare\, ma il paesaggio da essi dispiegato è già la nostra instabile\, provvisoria e incompiuta dimora”. \nNell’età della tecnica non comprendiamo più il mondo a partire da un senso ultimo. La storia non è più inscritta in un fine. L’unica etica possibile è quella che si fa carico della pura processualità: senza meta\, come il percorso del viandante.
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